scritti politici

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Un articolo di Finian Cunningham
Né golpe né rivoluzione: lo Stato profondo egiziano sostenuto dagli USA ribadisce il proprio dominio

I numeri e le rivendicazioni sono contrastanti, ma sembra che l’esercito egiziano abbia infatti commesso un massacro a sangue freddo, uccidendo tra 30 e 54 persone e ferendone centinaia di altre, compresi dei bambini, nella capitale Cairo, secondo le varie fonti mediatiche. Lo spargimento di sangue spinge il Paese nordafricano sull’orlo della guerra civile, già ribollente in settimane di violenze, con decine di morti in scontri di piazza tra opposte fazioni politiche, culminate la scorsa settimana nell’esercito che depone il presidente islamista Muhammad Mursi.

11 luglio 2013 | - : Egitto

Finian Cunningham

Inizialmente, i media di stato hanno dato una versione dei fatti concordanti con le dichiarazioni dell’esercito, secondo cui il quartier generale della Guardia Repubblicana era stato attaccato lunedì mattina da ‘un gruppo terrorista’ e che un soldato era stato ucciso, e più di 40 feriti. Tuttavia, tale affermazione apparve rapidamente inaffidabile mentre fonti mediche e agenzie di stampa riferivano che 54 persone, soprattutto sostenitori dei Fratelli musulmani del deposto presidente, erano state uccise da effettivi dell’esercito egiziano. Articoli affermavano che l’esercito ha attaccato, con gas lacrimogeni e tiro diretto, un sit-in di protesta all’esterno dell’edificio della Guardia Repubblicana laddove si crede Mursi sia in isolamento dal suo arresto lo scorso mercoledì.

Poche ore dopo l’eccidio, il partito dei Fratelli musulmani ha invocato ‘la rivolta’ contro le autorità statali. Nel frattempo, il vicino partito islamista salafita al-Nur si è ritirato dalle trattative per formare un nuovo cosiddetto governo di unità nazionale. A pochi giorni dagli arresti in massa dei membri della Fratellanza, tra cui il suo leader supremo Mohamed Badie, e altri casi di sparatorie tra esercito e sostenitori pro-Mursi, l’Egitto si trova ad affrontare il rischio dell’esplosione di un conflitto settario tra islamisti e una vasta coalizione di loro oppositori. Tra questi ultimi vi sono il gruppo di ribellione civica Tamarod, laici, esponenti della sinistra e dei sindacati, cristiani e copti, così come molti musulmani egiziani che non accettano l’islamismo fondamentalista sunnita della Fratellanza e del partito salafita Nur. Quest’ultimo, solo la scorsa settimana si era schierato con i milioni di manifestanti anti-Mursi per chiederne le dimissioni. Ma dopo l’ultimo bagno di sangue e la repressione contro gli islamisti, il secondo partito in Egitto, al-Nur, sembra serrare i ranghi con la vicina e più grande confraternita.

Altre misure repressive contro gli islamisti in Egitto includono la chiusura del canale televisivo ufficiale dei Fratelli musulmani e di altri media ritenuti vicini. Le autorità statali hanno chiuso la sede politica della Fratellanza al Cairo, dopo che è stato affermato che vi era stato trovato un deposito di armi.

In questo precario confronto, le affermazioni dei vertici dell’esercito, il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), di agire nell’interesse collettivo della nazione sembrano piuttosto logore. Al suo insediamento, la scorsa settimana, sostituendo Mursi su richiesta del SCAF, il presidente ad interim Adly Mansur aveva promesso un ‘processo inclusivo’ per ristabilire un governo civile e sottolineò che avrebbe compreso i Fratelli musulmani. Tuttavia, il massacro a Cairo, all’inizio di questa settimana, da parte delle forze armate e altri incidenti causate da violenze eccessive applicate selettivamente contro le manifestazioni pro-Mursi, indica il gravissimo rischio della polarizzazione nazionale e di un crescente conflitto settario.

La repressione militare smentisce, inoltre, l’affermazione che la mossa dell’esercito contro Morsi sia stato un evento popolare progressista. Il presidente ad interim Mansur ha dichiarato entusiasticamente che il SCAF aveva assicurato alla nazione un percorso correttivo all’Egitto, continuandone la ‘gloriosa rivoluzione’. Mansur si riferiva alle rivolte di massa della primavera araba, nel gennaio-febbraio 2011, che rovesciarono la dittatura trentennale di Hosni Mubaraq. Un’altra figura dell’opposizione, Mohamed al-Baradei, che viene propagandato quale vicepresidente ad interim, ha detto che il Paese aveva perso ‘due anni e mezzo’ nella lotta per la democrazia, ma ora è sulla strada giusta per raggiungere questo obiettivo. Tale punto di vista sostiene che, sotto la presidenza islamista di Mursi, il movimento per la democrazia egiziana fosse in stallo e che tale impedimento è stato rimosso soprattutto grazie all’intervento dell’esercito.

Altri non sono così ottimisti. Per essere sicuri, i Fratelli musulmani e altri sostenitori di Mursi sostengono che è stato deposto con un colpo di Stato militare palesemente illegale. “Questo è lo stato di polizia che torna in azione”, ha detto ai media il portavoce della Fratellanza Gehad al-Haddad.

Quindi, la recente sollevazione in Egitto è una rivoluzione o un colpo di Stato? La risposta è nessuno dei due. Probabilmente è meglio comprensibile se inteso come ‘Stato profondo’ egiziano che agisce per consolidare lo status quo. I due pilastri dello Stato profondo egiziano sono i militari e la magistratura, incarnati dal SCAF e dalla Suprema Corte Costituzionale. Quest’ultima è diretta da Adly Mansour, che ora è il presidente ad interim scelto dal SCAF. Entrambe queste potenti istituzioni si sono formate nel corso dei tre decenni del regime autocratico di Mubaraq. I vertici furono nominati dal regime di Mubaraq e rimangono completamente intatti.

Così, quando l’ex dittatore egiziano fu costretto a cedere la carica, nel febbraio 2011, ciò fu opera dello ‘Stato profondo’ di Mubaraq. Gli affari di Stato furono immediatamente presi in consegna dalla giunta SCAF, mantenendo la sua potente tentacolare presa sull’economia egiziana. Tra la cacciata di Mubaraq e la prima elezione presidenziale presumibilmente liberamente indetta, nel maggio-giugno 2012, l’esercito ha sospeso il parlamento e l’assemblea costituente sotto ciò che era, di fatto, la legge marziale. Nel frattempo, l’altrettanto potente magistratura aveva il pieno controllo della scelta dei candidati presidenziali. I giudici dell’era di Mubaraq si assicurarono che nessuno dei candidati sulla scheda elettorale presentasse un programma radicale progressista, figuriamoci uno rivoluzionario. Alla fine, l’elezione si ridusse ad una corsa a due tra il candidato dei Fratelli musulmani, il politicamente ed economicamente conservatore Muhammad Mursi, e l’ex-Primo ministro egiziano di Mubaraq, Ahmed Shafiq. Tipico dello ‘Stato profondo’, Shafiq è un ex-comandante delle forze armate egiziane.

Mentre i governi ed i media occidentali si congratulavano con il vincitore Mursi, nelle ‘elezioni libere punto di riferimento della via alla democrazia’ dell’Egitto, era chiaro che queste elezioni, indette sotto il condizionamento della dittatura militare e del suo pesante controllo, erano tutt’altro che libere. L’affluenza alle urne nelle elezioni presidenziali è stata vicina al 50 per cento, il che indica la mancanza di rappresentanza e credibilità tra gli egiziani.

Come un elettore egiziano ha spiegato durante le proteste di massa della scorsa settimana: “L’unico motivo per cui [Mursi] è al potere è che lo abbiamo scelto rispetto ad Ahmed Shafiq, alter ego di Hosni Mubaraq. Ora ce ne pentiamo e lo rovesciamo”.

Quello che dobbiamo ricordare è il rapporto costante tra lo Stato profondo egiziano e le istituzioni di Washington. Dall’accordo di pace di Camp David, mediato dagli USA tra i governanti di Egitto e Israele, nel 1979, l’Egitto è stato perennemente il secondo destinatario dei finanziamenti ufficiali esteri degli statunitensi dopo Israele; più di 1,5 miliardi di dollari ogni anno, la maggior parte sotto forma di aiuti militari. Questa collusione ufficiale ha naturalmente a lungo rappresentato fonte di risentimento e vergogna per molti egiziani, che vedono l’accordo come un tradimento storico dei diritti arabi verso i territori occupati della Palestina, oltre al perseguimento in generale di una politica estera indipendente e antimperialista in Medio Oriente.

Oltre a questa annosa questione, quando il capitalismo clientelare del regime appoggiato dagli USA di Mubaraq implose, per la crisi economica globale del 2008, le masse egiziane erano sedute su una vera e propria polveriera di rancori sociali. La massiccia disoccupazione e un tasso di povertà del 40 per cento tra gli 85 milioni di abitanti egiziani, ne ha assicurato la mobilitazione politica contro il regime di Mubaraq, dimostrandosi praticamente inattaccabile nelle piazze.

Quando le proteste di massa esplosero nella primavera araba dell’Egitto, il 25 gennaio 2011, a seguito di una rivolta simile in Tunisia contro il filo-occidentale Zin al-Abidin Ben Ali, la Casa Bianca di Obama inizialmente era con Mubaraq. Ma, date le dimensioni della rivolta popolare in piazza Tahrir a Cairo e nella seconda città del Paese, Alessandria, così come a Suez, Port Said e tanti altri posti, Washington sapeva che doveva sbarazzarsi del suo pluridecennale cliente, al fine di placare le masse.

L’uscita di Mubaraq doveva preservare lo status quo dello Stato profondo egiziano appoggiato dagli USA. Le strutture di potere essenziali rimasero inespugnabili. Ancora più importante, l’allineamento dell’Egitto agli interessi geopolitici di Washington in Medio Oriente, in particolare riguardo la consacrazione dello Stato israeliano, sarebbe stato mantenuto. In secondo luogo, la classe dirigente egiziana avrebbe continuato a perseguire politiche economiche neo-liberiste filo-occidentali. In altre parole, la cacciata di Mubaraq fu il prezzo politico per contrastare un possibile rovesciamento rivoluzionario dell’ortodossia washingtoniana in politica estera ed economia.

L’inclusione di Washington dei Fratelli musulmani nell’Egitto post-Mubaraq, rinnovò, senza essere percepito dagli Stati Uniti, una scommessa rischiosa. L’occidente ha avuto una lunga liaison militare e spionistica con la Fratellanza, fin dagli anni ’50, quando l’organizzazione fu utilizzata come ascaro sovversivo contro il leader pan-arabo socialista Gamal Abdel Nasser. E’ vero che la Fratellanza fu duramente perseguitata nei decenni di Mubaraq, ma era più che altro una lotta di potere localizzata, che gli Stati occidentali consideravano di poca importanza per i loro interessi. Negli ultimi anni, la natura reazionaria e conservatrice dell’Islam sunnita dei Fratelli è emersa come un’utile forza delegata in Medio Oriente dagli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali. Questo è evidenziato dall’alleanza di Washington, Londra e Parigi con i monarchi sunniti del Golfo Persico e con il governo islamico di Recep Erdogan in Turchia, associandoli alla politica segreta dei cambi di regime in Libia e Siria, quest’ultimo alleato dell’Iran sciita.

Durante i fermenti del 2011-2012, i pianificatori statunitensi probabilmente ritenevano che fosse prudente fingere di dare qualche concessione alle arrabbiate piazze arabe dell’Egitto, offrendo alla Fratellanza musulmana la carica presidenziale. I vertici della Fratellanza erano già stati sondati dall’allora vicesegretario di Stato William Burns e dal funzionario per gli Affari Mediorientali del dipartimento di Stato, Jeffrey Feltman, durante i vertici tra Cairo e Washington nei mesi delle elezioni presidenziali egiziane del 2012.

Due settimane dopo Muhammadd Mursi s’insediava, e a metà luglio 2012 ricevette la visita a Cairo dell’allora segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton. Clinton ebbe anche incontri assidui con il comandante supremo del SCAF, feldmaresciallo Muhammad Hussein Tantawi, secondo il New York Times e altri media. Faceva parte di un’intensa coreografia diplomatica di Washington per appianare le tensioni politiche tra lo Stato profondo e le relative matricole dei Fratelli musulmani, ma anche di spiegare a Mursi l’assoluta necessità di salvaguardare gli interessi geopolitici degli Stati Uniti riguardo l’accordo di Camp David con Israele e l’attuazione delle politiche economiche liberiste del regime Mubaraq.

Dopo l’incontro con il presidente Mursi, nel luglio 2012, Clinton disse con tono imperioso: “Il presidente Mursi ha chiarito che comprende che il successo della sua presidenza e della transizione dell’Egitto dipende dalla costruzione del consenso nello spettro politico egiziano, lavorando su una nuova costituzione che protegga la società civile, redigendone una nuova che sia rispettata da tutti e affermi la piena autorità della presidenza”.

L’anno scorso, Mursi non riuscì a soddisfare le condizioni dello Stato profondo egiziano appoggiato dagli USA. Il suo fallimento ne ha causato la decadenza dalla simbolica posizione presidenziale che gli era stata assegnata da Washington e dai suoi tradizionali clienti egiziani, i militari e la magistratura. Per prima cosa, Mursi ha perseguito un programma apertamente islamista, con modifiche alla costituzione che gli hanno alienato laici e cristiani. Ne ha goffamente conferito il patrocinio a membri della Fratellanza, cercando di insediarli in ruoli pubblici nei governatorati, nella magistratura e nei media. Mursi inoltre ha decretato che le modifiche costituzionali fossero al di sopra della legge e del potere giurisdizionale. Era la linea rossa per uno dei pilastri dello Stato profondo egiziano. Mentre le proteste di piazza coinvolgevano milioni di persone, in occasione del primo anno in carica, il 30 giugno, Mursi ha attraversato la seconda linea rossa dei militari, comportando il disordine rivoluzionario nello Stato.

Mursi ha fatto l’errore di pensare che fosse un vero presidente, piuttosto che un semplice pupazzo designato dallo Stato profondo egiziano appoggiato da Washington. La sua nomina doveva come sempre dare l’impressione di un cambiamento democratico, mentre soffocava il potenziale rivoluzionario della Primavera araba dell’Egitto.

In questo modo, la recente deposizione di Muhammad Mursi in Egitto non è né una rivoluzione né un colpo di Stato. Difficilmente può essere definito un colpo di Stato dato che, in primo luogo, non c’è alcun vero e proprio trasferimento di potere dai governanti al popolo. Piuttosto, segna un altro tentativo di consolidare lo status quo sostenuto dagli USA e il lavoro incompiuto dalla primavera araba scoppiata nel gennaio 2011. Se questa ultima manovra dello Stato profondo sostenuto dagli USA sia riuscita o meno, resta da vedersi.

Finian Cunningham
Strategic Culture Foundation, 10 luglio 2013.