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Israele, apartheid e pulizia etnica
Ilan Pappe : “Non c’è movimento per la pace in Israele”

Ilan Pappe, storico israeliano, è l’unico universitario a insegnare una materia di cui gli israeliani non vogliono nemmeno sentire parlare: l’epurazione etnica del 1948. La conferenza che segue è stata registrata il 4 giugno 2005 nell’aula dell’università di Friburgo da Silvia Cattori dove Ilan Pappe interveniva nel quadro del Forum sociale svizzero sul tema: “Quale solidarietà col popolo palestinese?”

16 giugno 2005


Ilan Pappe

Conferenza di Ilan Pappe : “Non c’è movimento per la pace in Israele”

Quello che sta accadendo in Israele e in Palestina è una recita, una sciarada della pace, una
parodia della pace. Ma la verità è che ancora una volta sono sempre gli stessi politici delle due
parti che si incontrano in alcuni hotel sontuosi con diplomatici venuti da ogni parte del mondo
per non parlare di nulla, semplicemente per chiacchierare. E noi ascoltiamo parole
magniloquenti, come “processo di pace”, “evacuazione”, “disimpegno”, “fine
dell’occupazione”, “creazione di uno Stato palestinese”… È l’ “industria della pace”, direbbe
Chomsky. Ma sul territorio non succede assolutamente nulla!

Al contrario, attorno al territorio si sviluppano le chiacchiere e i futili esercizi di una
diplomazia vuota di senso. Ma il lato inquietante di tutto questo è che, dal momento in cui
Sharon ha dichiarato di prendere una ennesima iniziativa di pace all’interno di una
precedente iniziativa chiamata “foglio di via”, assistiamo a una tendenza molto pericolosa:
chiunque nel mondo sia interessato da lontano o da vicino alla questione palestinese
sembra volere prendere la sua parte nella grande recita della pace.

Questa volta, quello che è stato chiamato il Quartetto (Unione europea, Onu, Russia e
Stati Uniti) si sta congratulando all’unanimità con Ariel Sharon per il suo disimpegno da
Gaza. E ci sono persone in Israele che si suppone appartengano a un “partito per la pace” –
che fanno parte del partito « Lavoratore » e del movimento “Pace, adesso!” – che dicono la
stessa cosa del Quartetto, ossia che lasceranno Sharon fare a modo suo. Sharon è l’uomo
che guida gli israeliani e i palestinesi in un nuovo capitolo della “fabbrica della pace” in
Israele e in Palestina.

Il “piano di pace” di Sharon presenta un doppio pericolo: da una parte è fallace,
dall’altra crea l’illusione nella gente che accadrà qualcosa di positivo. Mentre la situazione
è assolutamente catastrofica. Minacciosa.

E quando una politica dimostra di non avere prodotto alcun cambiamento nella vita reale della gente, allora ne deriva la frustrazione. Si prepara la Terza Intifada!

Essa scoppierà quando un numero sufficiente di persone si renderà conto che le attuali negoziazioni hanno fallito, e che non hanno niente da offrire alle popolazioni.

[...]

C’è un altro scenario, meno probabile e tuttavia possibile: quello dell’aumento della
violenza. La gente sarà stanca e dirà: “Bene. Negoziamo e cerchiamo di accaparrarci il più
possibile”. Chiunque sia andato nei territori occupati sa che c’è una sete di vita normale,
sente la stanchezza di questa lotta contro trentotto anni di occupazione. La gente non sa
più come sopravvivere a questa occupazione; e c’è anche il pericolo che una delegazione palestinese
dica, come Arafat nell’estate 2000: “Ok. Prendiamo quello ci offrono, è meglio di niente!” Fin d’ora possiamo sentire questo genere di discorsi nei corridoi dei ministeri, a Ramallah.
E questo è ancora più pericoloso della violenza. È un capitolo che può condurre alla
distruzione, alla distruzione totale del popolo palestinese e della Palestina.

Per impedire questo noi dobbiamo sottolineare ora e sempre che, al posto di una sciarada della pace, sul
territorio perdura un’occupazione. Ogni giorno che viene somiglia al giorno prima, e così
ogni giorno somiglia a quello precedente, da trentasette anni. Ma se sostenete questa mascherata di pace, se permettete all’occupazione di continuare, ciò significa che permettete qualcosa di ben peggiore della persistenza dell’occupazione. Infatti, se gli israeliani ottengono il via libera per il piano di Sharon, questo significa confermare un pericolo per i palestinesi che vivono in questa metà della Cisgiordania che Israele –
l’Israele consensuale – considera oggi la Cisgiordania parte dello Stato d’Israele. C’è un gravissimo pericolo che questa gente diventi vittima di una epurazione etnica. Israele ha già trasferito duemila palestinesi per costruire il muro. Questa informazione non la troviamo da nessuna parte nella stampa occidentale : tutt’ora ben duemila famiglie palestinesi sono state spostate, cacciate da casa loro, per la costruzione del muro.

Duecentocinquantamila palestinesi sono direttamente minacciati di epurazione etnica dalla prossima tappa della costruzione del muro, nel quadro della prossima fase di annessione della Cisgiordania a Israele. Se il progetto di pace continua a essere sostenuto dagli europei, dagli americani, dai russi e dall’Onu, ciò significa che Israele avrà il via libera per perseguire la propria politica di epurazione etnica. Occorre anche sapere che gli israeliani si stanno preparando da adesso a far fronte alla prossima insurrezione palestinese; questa volta non esiteranno a impiegare i peggiori mezzi di repressione, messe a confronto con le armi che hanno utilizzato durante le due prime Intifada. Perciò, in questo momento non stiamo semplicemente parlando di epurazione etnica, bensì di un reale pericolo di genocidio.

Non basta dire di conoscere nei minimi dettagli il progetto di pace. Credo che tutti noi – i militanti che sono dentro e fuori Israele – dovremmo comprendere che c’è un grave e urgente pericolo di epurazione dei palestinesi supplementari; e che non c’è che un modo per fermare Israele. Questo non è né il dialogo né la negoziazione diplomatica – che da trentasette anni vengono stipulate…Un movimento anti-occupazione all’interno di Israele non avrà alcuna possibilità di successo. Mai.

Esiste un solo modo per bloccare lo scenario che vi ho appena descritto: per
mezzo delle pressioni, delle sanzioni, dell’embargo, facendo di Israele uno stato simile al
Sudafrica all’epoca del regime d’apartheid… Non esiste altra soluzione. E sono molto triste
nel dire questo, perché conosco le conseguenze di una tale politica; ma chiunque sia stato
impegnato nella lotta per la pace – e io lo sono stato per trentasette anni – sa che abbiamo
delle buone ragioni di dire, dopo trentasette anni, che ogni sforzo diplomatico non ci
porterà da nessuna parte, che delle negoziazioni con Israele non servono a nulla, che in
Israele il partito per la pace non ha assolutamente alcun potere, che la lotta armata dei
palestinesi è fallita, e che c’è una sola maniera per salvare la Palestina: fare comprendere
agli israeliani che non potranno appartenere alle nazioni civili se continueranno
l’occupazione un solo giorno si più.

Quali strategie?

Stiamo vivendo dei tempi difficili per i movimenti di solidarietà. In Europa, penso che
da molto tempo, uno dei principali obiettivi sia stato di promuovere il
dialogo israelo-palestinese; e questo è un obiettivo molto importante, ma oggi bisogna
puntare su un altro obiettivo. Oggi chiediamo ai movimenti di solidarietà di fare qualcosa
che non hanno mai fatto fino a questo momento. Chiediamo di copiare, di imitare ciò che
hanno fatto i movimenti di solidarietà nel caso del Sudafrica; e se osservate i trentasette
anni di storia dei movimenti di solidarietà con la Palestina, constaterete che, siccome
credevano che ci fossero due parti, siccome credevano nella possibilità che un dialogo
mettesse fine all’occupazione, questi movimenti di solidarietà – che non biasimo, ne ho
fatto parte anch’io – si sforzavano di promuovere la negoziazione, la coesistenza, la mutua
comprensione. Forse un giorno avremo bisogno di questo genere di energia e di appoggio
da parte dei movimenti di solidarietà.

Ma oggi quello che cerco di far capire è che i movimenti di solidarietà devono salvare
la Palestina per i palestinesi. Infatti, se i movimenti non riusciranno a fare questo, anche
gli ebrei di Israele ne saranno vittime, e saranno perduti. Quindi, abbiamo deciso di salvare
palestinesi e israeliani – ragion per cui in un articolo ho fatto questo paragone: siamo tutti
a bordo dello stesso aereo, senza pilota. Lo sanno tutti: che parliate con i palestinesi o con
gli israeliani, tutti sanno che andremo incontro alla collisione di una guerra spaventosa, e
nessuno ne vuole parlare. E questo vuol dire che, l’energia per fermare
l’occupazione è inesistente. In questo modo, la solidarietà nei confronti dei palestinesi
come nei confronti degli israeliani consiste nella necessità di aiutarli a mettere fine
all’occupazione.

È importante ogni tentativo di aiutare i movimenti di solidarietà che sono impegnati
in alcune iniziative di pace, di dialogo e di coesistenza. Ma credo che non dobbiamo
dimenticare, nemmeno per un istante, quale sia l’obiettivo più urgente.

C’è un urgente bisogno di strategie che corrispondano meglio alle realtà, che permettano di fare quello che
tanto i movimenti pacifisti in Israele quanto i movimenti palestinesi di resistenza nei territori occupati apparentemente non sono riusciti a fare. Si tratta di mettere fine all’occupazione israeliana. Solo quando l’occupazione militare avrà fine ci sarà qualche possibilità di riconciliazione tra i due popoli.
Purtroppo il processo di pace – e per me questa espressione comprende gli stessi accordi di Ginevra – finora ha equiparato la fine dell’occupazione con la fine del conflitto. Questo è falso: non funzionerà. Non potrete
mettere fine al conflitto tra israeliani e palestinesi senza interrompere l’occupazione.

Potete trattare il soggetto della fine del conflitto solo una volta che avrete messo fine
all’occupazione, ma non prima che questo avvenga. E ci sono talmente tante energie,
talmente tante brave persone, che hanno fatto un buco nell’acqua tentando di convincere la
gente, in Europa, Israele, Palestina e America, che nel momento in cui i soldati israeliani
avrebbero lasciato i territori occupati, si sarebbe instaurata la pace in Palestina. Infatti, nel
momento in cui i soldati lasceranno la Cisgiordania e la striscia di Gaza, potranno iniziare
le reali negoziazioni. E parallelamente a queste reali negoziazioni di pace, ci deve essere
una riorganizzazione della parte palestinese.

Non vorrei insistere troppo sull’elezione di Abu Mazen o sull’elezione di Yasser Arafat
dopo Oslo. Certo, ho pensato che Abu Mazen avrebbe riportato le elezioni democratiche
nei territori occupati. Ho sempre pensato che anche Yasser Arafat avrebbe riportato le
elezioni democratiche. Ma non ci dimentichiamo nemmeno un istante che le elezioni non
sono una cosa che gli abitanti dei territori occupati reclamino in maniera particolare.
Durante l’occupazione sono state imposte le elezioni ai palestinesi, come una precondizione
israeliana. Non dimenticate di guardare coraggiosamente i dati storici. Gli
israeliani hanno detto ai palestinesi: “Siete delle persone primitive; non potremmo
negoziare una pace con voi finché non terrete delle elezioni democratiche”. Ed è così che ci
sono state delle elezioni. Fino a questa esigenza israeliana, i palestinesi facevano un
ragionamento molto giusto: “Dovremmo avere bisogno delle elezioni pur essendo ancora
sotto l’occupazione?” C’è stato qualcuno, in Francia, che alla fine della seconda guerra
mondiale ad avere reclamato le elezioni prima della fine dell’occupazione? Allora, di cosa
stiamo parlando?

In seguito, se volete parlare di strategie, rispettiamo tutti Abu Mazen; lui rappresenta la popolazione dei territori occupati. Lui potrà negoziare la fine dell’occupazione. Ma è incaricato di negoziare in nome dei rifugiati palestinesi? Sono io stesso incaricato di negoziare in nome dei rifugiati palestinesi? Dobbiamo ascoltare dalla bocca dei rifugiati stessi come vogliono applicare il diritto al ritorno che è stato riconosciuto loro dalle
Nazioni Unite nel 1948.

Sono molto felice di sentir dire ad Abu Mazen, che conosco da un
quarto di secolo, che non rinuncerà al diritto al ritorno. Spero che non lo farà. Ma le strategie di pace, ivi comprese quelle del movimento di solidarietà europea, dovrebbero collocare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi al centro della loro agenda di pace. E
non la fine dell’occupazione. Questa fine dell’occupazione, è ovvio, la vogliamo tutti. Ma il conflitto tra Israele e la Palestina non poggia sull’occupazione; si tratta di un’epurazione etnica perpetrata da Israele nel 1948 e che, da allora, non si è fermata un solo giorno. Pertanto, le strategie di pace non sono delle strategie che mirano alla fine dell’occupazione. Ecco come ci hanno riempito la testa di chimere, dal 1967 in poi.

Il movimento “Pace, adesso!”, gli americani, ora il governo svizzero hanno detto:
l’importante è che gli israeliani si ritirino dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza. E
invece no! Questa non è la pace: un ritiro israeliano dalla striscia di Gaza e dalla
Cisgiordania costituisce semplicemente la fine dei crimini di Israele contro l’umanità.
Questo non ha niente a che vedere con una pace reale. I palestinesi che vivono nei territori
occupati rappresentano solo una parte del popolo palestinese, quella che – notate bene,
nella seconda metà del ventesimo secolo – vive da trentasette anni sotto un’occupazione
militare! Questa semplice ritirata non ha niente a che vedere con la pace. Vi immaginate la
Svizzera sotto occupazione militare, e non per trentasette anni, soltanto per dieci anni?

Voi tutti sapete cosa significa un’occupazione militare. Significa che un sergente può
arrestarvi, interrompere il vostro commercio, distruggere la vostra casa, a piacere, in un
qualsiasi momento del giorno, brutalmente. Moltiplicate questo per trentasette anni! Che
cosa ha a che vedere questo con la pace? Esiste al mondo un posto dove c’è un’oppressione
e dove bisogna negoziare con il governo oppressore chiedendo di fermare l’oppressione
dandogli qualcosa in cambio?

Assolutamente no! In Serbia, l’Otan ha bombardato Belgrado per arrestare la
purificazione etnica nei Balcani. Hanno mandato i loro aerei a bombardare Belgrado. In
Israele no: si negozia! Bisogna offrire qualcosa agli israeliani in cambio affinché si degnino
a rinunciare a una piccola parte della loro occupazione… E, sfortunatamente, molti
palestinesi hanno collaborato a questa politica. Una strategia che tenda alla pace, è
tutt’altra cosa. Una reale strategia di pace dovrebbe prendere in considerazione tutto il
Medio Oriente, e non solo la Palestina. Non solo la parte del popolo palestinese che vive nei
« territori » occupati. Sicuramente bisogna liberarli, ma questi palestinesi sotto occupazione
non rappresentano che una parte del popolo palestinese. Il popolo palestinese è ripartito
nell’insieme del Medio Oriente, e tutti i palestinesi sono coinvolti in questo problema.
L’aspetto profondamente negativo del progetto di Oslo è stato di escludere i rifugiati
palestinesi, di escludere pure i palestinesi che vivevano in Israele dalla soluzione futura
della questione palestinese…

Concluderò parlandovi di una strategia che sappia allo stesso tempo ricollocare al
centro delle negoziazioni di pace il problema dei rifugiati palestinesi e realizzare una
riconciliazione tra ebrei e palestinesi. Poiché ogni altra proposta, qualunque essa sia, sarà
sempre una tregua passeggera delle violenze e dell’occupazione. Di sicuro non
sottovaluterei una tregua, ma una tregua non è un progetto di pace. Questa strategia la
colloco sotto l’egida di ciò che chiamo le tre “A”.

Queste tre “A” sono le tre condizioni che
devono essere riunite se vogliamo avere un piano di pace. Non propongo qui un ennesimo
piano. Sono semplicemente un intellettuale che ha riflettuto su questa questione. Non sono
palestinese. Non sono un uomo politico. Non so fornire dei dettagli su come debba essere
costruita precisamente la pace: questo è il lavoro degli uomini politici. Ma ho un’idea, che
molti dei miei amici palestinesi condividono. E sempre più israeliani – me ne rallegro –
pensano all’avvenire come me.

La prima “A” sta per acknowledgement, cioè “presa di coscienza”: non ci sarà una pace
tra israeliani e palestinesi fintanto che gli israeliani non riconosceranno ciò che hanno fatto
nel 1948. Nessuno lo sa in Israele; e lo stesso vale per i giovani palestinesi. Quello che
hanno fatto in una sola giornata del 1948 – e di questo non se ne ha abbastanza coscienza
– fu peggio dei trentasette anni di occupazione. Ma lo abbiamo dimenticato! Quello che gli
israeliani hanno fatto in una sola giornata del 1948 non sono ancora riusciti a eguagliarlo
in orrore durante trentasette anni di occupazione.

In una sola giornata del 1948 gli
israeliani hanno distrutto cinquecento villaggi cacciando via la popolazione. Hanno raso al
suolo questi villaggi e al loro posto hanno costruito delle colonie ebraiche o realizzato dei
parchi pubblici. Questo crimine perpetrato nel 1948 è all’origine del movimento nazionale
palestinese. Non l’occupazione. E se continuiamo a ignorarlo, gli israeliani continueranno
a rinnegare ciò che hanno fatto nel 1948, allo stesso modo in cui negano di avere cacciato
un milione di palestinesi da casa loro o di avere preso con le forze armate l’80% della
Palestina. Finché non saranno riconosciuti questi fatti, sarà inutile parlare di “pace in
Palestina”!

La seconda “A” è quella di accountability: la responsabilità, di avere dei conti da
pagare. Gli israeliani devono essere responsabili di quello che hanno fatto nel 1948. Le
Nazioni Unite l’hanno detto. Hanno detto che questa responsabilità significa: il diritto dei
palestinesi cacciati da casa loro di ritornarvi. Beninteso, non dico affatto che esista un
modo semplice di applicare il diritto al ritorno dei rifugiati. Le persone non devono andare
a imporsi lì dove vivono già altre persone. Non si dovrebbe creare una nuova ingiustizia
per ripararne un’altra. Ma non si dovrebbe negare ai rifugiati il diritto al ritorno. Non si
tratta solo di responsabilità, ma anche del modo in cui gli israeliani vedono il loro
inserimento nel mondo arabo. Gli israeliani respingono il diritto al ritorno perché vogliono
una maggioranza ebraica. E molti di loro che credono in una soluzione a due stati, pensano
che i due stati permetteranno di avere uno Stato ebraico la cui popolazione avrà una
maggioranza ebraica… Israele è una demografia etnica, e non una democrazia ebraica!

E se la preoccupazione demografica – per la demografia di una certa etnia – continua
a dominare in Israele, allora ci possiamo dimenticare la soluzione a due stati. Dobbiamo
cominciare a riflettere sul modo in cui possiamo creare un unico stato in Palestina. Non c’è
alcuna possibilità di creare una soluzione a due stati, perché, se volete farlo, dovrete
trasferire talmente tanti ebrei e palestinesi che tutta la soluzione a due stati risulterà
necessariamente sporcata da una specie di epurazione etnica. La soluzione a uno stato
unico consiste nel dire che i palestinesi e gli ebrei hanno gli stessi diritti. Non occorre
spostare nessuno. Basta solo dare gli stessi diritti a ogni abitante della Palestina.

Infine, l’ultima “A” sta per acceptation. Solo una volta che gli israeliani e tutti gli ebrei
– in tutto il mondo, non solo in Israele – avranno riconosciuto ciò che accadde nel 1948,
noi potremo negoziare come vogliono loro e mettere in pratica il diritto al ritorno dei
rifugiati. Il tal modo, la struttura politica futura soddisferà contemporaneamente il
desiderio degli ebrei di disporre di uno stato e di una nazionalità, e quello dei palestinesi di
disporre di uno stato, di una nazionalità e di una vita normale, ivi compresi i palestinesi
che furono cacciati dall’80% della Palestina. Solo allora gli ebrei che oggi vivono in Israele
avranno il diritto di chiedere ai palestinesi, al mondo arabo e al mondo mussulmano, di
essere accettati.

Sì, noi siamo stati un movimento colonialista. Siamo entrati nel Medio
Oriente alla fine del diciannovesimo secolo. Non eravamo stati invitati, siamo venuti e ci
siamo imposti con la forza. Ma oggi siamo parte integrante del Medio Oriente. Dobbiamo
rinunciare al nostro sogno di appartenere all’Europa. Dobbiamo essere parte integrante del
Medio Oriente, dobbiamo condividere i bisogni del Medio Oriente, e non la visione
dell’Europa, non l’eurovisione, non il calcio europeo… Noi apparteniamo al Medio Oriente,
e quando ne avremo davvero preso coscienza, probabilmente non dovremo più costruire
dei muri, probabilmente non dovremo più installare delle barriere elettrificate. Perché i
prigionieri del muro non sono solo i palestinesi, ma anche gli israeliani.

Se volete vivere senza muro, allora accettateci: il mondo arabo – e,
sorprendentemente, anche il popolo palestinese, malgrado tutto quello che gli israeliani gli
ha fatto subire – sono pronti ad accettare che i sette milioni di ebrei che oggi vivono in
Israele facciano parte del Medio Oriente. Ma se l’occupazione israeliana si protrae, se non
ci sarà la pace in Palestina, il mondo arabo e il mondo musulmano diranno: “Adesso
basta!”, e allora non serviranno a nulla cinquanta bombe nucleari, il presidente Bush non
potrà aiutare gli ebrei, e nemmeno il governo svizzero li aiuterà più, malgrado tutte le
attrezzature militari acquistate per Israele. Se si vive nel Medio Oriente, occorre essere
sicuri di fare parte di questa regione del mondo, occorre integrarsi. E ho una buona notizia da dare ai cittadini israeliani: appartenere al Medio Oriente non è poi così male quanto
credano. E loro continuano a credere di non essere in Medio Oriente, e alienano questa
regione allo stesso modo in cui la regione li aliena. Finché non comprenderanno qual è la
vera natura del vicinato di quel mondo in cui sono entrati con la forza, non si avrà la pace
né in Israele né in Palestina.

Domande e risposte

In Israele e il movimento per la pace?

In Israele non c’è un vero movimento pacifista. È la ragione per cui sono necessarie
delle sanzioni. Se ci fosse un movimento per la pace, non mi appellerei a delle sanzioni. Ma
sfortunatamente non esiste un movimento pacifista. Non c’è un movimento pacifista con il
quale negoziare, e pertanto l’occupazione non è prossima a cessare. Quando parlo di diritti
uguali, mi riferisco ai diritti dello stato futuro. La sola base di una riconciliazione tra ebrei
e palestinesi avrà luogo solo quando ebrei e palestinesi avranno gli stessi diritti in uno
stesso stato. È la sola soluzione. Probabilmente il percorso sarà molto lungo. Sarà forse
necessario percorrere una strada diversa, in Israele, per ottenere l’uguaglianza dei diritti.
Ma senza di essi, il conflitto perdurerà. No, purtroppo non esiste un partito per la pace in
Israele, e solo quando sarà interrotta l’occupazione per mezzo di ogni pressione possibile e
immaginabile, solo quando la società israeliana, civile e sviluppata, sarà liberata
dall’ideologia sionista, solo allora avremo la possibilità di riconciliarci.

Il movimento di solidarietà negli Stati Uniti e il boicottaggio

Ricordo spesso una storia raccontatami da Chomsky a proposito dell’America. Yasser
Arafat venne a New York nel 1975 e fece la sua prima apparizione all’Onu, dove pronunciò
il suo celebre discorso. Incontrò degli intellettuali, tra cui Chomsky.

Chomsky propose a
Yasser Arafat di aprire insieme, negli Stati Uniti, un ufficio di relazioni pubbliche per i
palestinesi.

E Arafat rispose: “No, abbiamo l’Unione sovietica, non abbiamo bisogno degli
Stati Uniti…”

Chomsky precisò che lui stesso aveva un ufficio di relazioni pubbliche a New
York. Ma Arafat non lo ascoltò. Questo aneddoto mostra che per molti anni i palestinesi e i
loro sostenitori hanno considerato gli Stati Uniti – per delle ragioni obiettive – come un
peso morto, come una causa persa. E, considerato il peso che hanno oggi gli Stati Uniti nel
mondo, se si continua a considerarlo un peso morto, sarà un grosso errore. In ogni modo, dobbiamo dire due cose riguardo l’America. Assistiamo alla nascita di diversi movimenti esasperati da Israele.

C’è una crescita di movimenti: alcune persone, in
America, prendono coscienza del fatto che molti dei problemi americani sono legati
all’appoggio unilaterale a Israele. Ovviamente non vediamo queste persone coscienti sulla
collina del Campidoglio, nei corridoi del potere americano, ma sono vive e vegete. Inoltre, c’è la comunità araba americana. Questa comunità è rimasta in silenzio per diversi anni,
perché si trattava di una prima generazione di immigrati. La seconda generazione, la
giovane generazione, è molto più attiva, si afferma molto di più. E penso che in un futuro
prossimo vedremo questa comunità, di circa tre milioni e mezzo di persone, esercitare un
impatto non indifferente sulla politica estera degli Stati Uniti.

Per quel che riguarda il boicottaggio. Un mito vorrebbe che la comunità ebraica
americana sostenga Israele in maniera incondizionata. In realtà, sappiamo che solo una
piccolissima minoranza in seno alla comunità ebraica americana sostiene effettivamente
Israele. E c’è una larga maggioranza che non sostiene Israele. Non è contro Israele, ma non
lo sostiene attivamente. E poi c’è un gruppo di universitari ebrei americani che dicono:
“No, non in nostro nome!” Tutti coloro che conoscono un minimo Israele sanno che, in
Israele come in molti altri paesi al mondo, il mondo universitario è una sorta di grande
ministero degli affari esteri. E gli universitari israeliani sono formati per essere
ambasciatori di Israele nel mondo intero.

Una tattica eccellente consiste nell’andare a trovare questi ambasciatori e le loro mogli quando vengono a Losanna, se vengono qui, e
nel dire loro che sappiamo delle cose terribili riguardo il loro stato, che disapproviamo la
loro politica, e che, se continueranno, non li inviteremo più a venire a casa nostra. Credo
che questo avrà un impatto; Israele si vede come un paese colto, civile, “la sola democrazia
in Medio Oriente”. Un’ottima maniera per sapere se Israele è tanto democratica quanto
pretende di esserlo è il rispetto delle libertà accademiche. Se non affrontate in questo
modo, faccia a faccia, gli universitari israeliani, confermate l’opinione secondo la quale
Israele sia l’unica democrazia in Medio Oriente. E io che ne faccio parte posso dirvi che gli
universitari israeliani che si sono realmente opposti all’occupazione sono davvero molto
pochi. Parliamo di circa sessanta persone su novemila. Gli universitari, componente
importantissima del sistema israeliano, sostengono l’occupazione, permettono che essa
continui e non fanno assolutamente niente per opporsi, mentre, in qualità di intellettuali,
hanno l’obbligo morale di farlo.

L’epurazione etnica è una realtà

So bene che l’espressione “epurazione etnica” ha delle connotazioni che evocano il
periodo nazista; ma l’espressione “epurazione etnica” in realtà non fu usata all’epoca.
Faccio riferimento a un’espressione usata dal Dipartimento di stato delle Nazioni Unite che
descrive ciò che è accaduto nei Balcani negli anni Novanta. Se consultate il sito web del
Dipartimento di stato, o quello dell’Onu, troverete una definizione molto chiara di
epurazione etnica. L’epurazione etnica è una politica di espulsione, di demolizione di case,
di distruzione di muri di separazione, di segregazione; e questa politica è giustificata da
un’ideologia.

Il movente di una tale politica è il desiderio di vedere un gruppo etnico
rimpiazzato da un altro. Non credo che esista una definizione migliore di questa per i
decenni di politica sionista. Credo dunque di usare consapevolmente questa espressione,
perché una delle cose più importanti dette dal Dipartimento di stato americano riguardo
l’epurazione etnica è che le persone che sono state cacciate da casa loro da questo genere di
politica hanno il pieno diritto di tornare a casa loro. Ecco perché penso che l’esempio dei
Balcani sia illuminante per capire ciò che accade in Israele da trentasette anni, quello che è
accaduto negli ultimi mesi, e, purtroppo, anche quello che continuerà ad accadere negli
anni futuri.


Ilan Pappe, storico israeliano, vive ad Haïfa. Di lui sono editi in italiano un volume scritto in collaborazione con Jamil Hilal “Parlare con il nemico.
Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto” (Bollati Boringhieri 2004) e una “Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli” (Einaudi 2005).

Traduzione di Orazio Leogrande

Testo in francese:
http://www.silviacattori.net/article1030.html