scritti politici

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Un articolo de Mirari Isasi
La resistenza è la speranza per farla finita con l’occupazione e i collaborazionisti in Iraq

La ragione che sta dietro l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, che rispose a una cospirazione internazionale e prosegue da otto anni, non era far cadere Saddam Hussein né rubare il petrolio e le ricchezze naturali del paese. O meglio, non era solo questo.

28 novembre 2011

Taha Azzez, iracheno di Baghdad, sunnita e facente parte del Fronte di Resistenza Irachena contro l’Occupazione, internato nella prigione di Abu Ghraib tra il 2005 e il 2008 e ora in esilio in Siria, dove è fuggito alle persecuzioni delle forze governative, non ha dubbi circa la causa principale di questa guerra; si trattava di difendere la sicurezza di Israele e ciò implicava la distruzione dell’Iraq. "L’Iraq aveva l’esercito più forte dell’area, un Esercito professionista creato nel 1921, provvisto di generali che avevano studiato in università internazionali, e doveva essere eliminato perché minacciava Israele, con cui l’Iraq non aveva mai firmato trattati di pace. L’Iraq aveva una equilibrata ricchezza in uomini e risorse che lo rendeva una guida in vari settori. Se l’obiettivo fosse stato solo Saddam, se ne sarebbero andati da anni".

Ma gli USA e i loro alleati non hanno distrutto solo un esercito e le sue forze di sicurezza, hanno distrutto pure l’agricoltura, l’industria le infrastrutture, il sistema scolastico e sanitario. Taha Azzez si chiede: "L’Iraq, con Saddam Hussein nell’area era una guida, e ora?".

Ora le multinazionali non pagano tasse e si tengono tutti i guadagni, rubando all’Iraq ogni ricchezza e il paese vive sotto l’ombra dell’analfabetismo, quando solo due decenni fa il tasso di analfabetismo era dello 0%, mentre adesso il 30% delle donne non accedono alla scuola per la paura e la violenza. I sequestri e i massacri sono diventati una costante, e anche se prima del 2003 c’erano detenzioni, ora ci sono 23.500 detenuti (525 sono minori) in carceri statunitensi situate in Iraq (dove esistono pure 420 centri di detenzione segreti) e più di 400.000 in prigioni del governo (in cui le donne - il 93% sunnite - sono torturate e violentate sistematicamente) e dove solo il 10% viene giudicato. Il patrimonio culturale iracheno è stato saccheggiato e incendiato. Ci sono circa tre milioni di vedove e cinque milioni di orfani, il 28% dei bambini soffre di malnutrizione e il 10% di malattie croniche, mentre il sistema sanitario, prima gratuito, viene meno per mancanza di medici e materiali.

Sono queste alcune delle conseguenze dell’occupazione citate da Taha Azeez durante una conferenza svoltasi recentemente a Bilbao, invitato da Mundubat, oltre alle spaventose cifre di 1.300.000 morti e 4.000.000 profughi registrati dall’inizio della guerra. Ma sopra ogni cosa, Azzez segnala la corruzione, che riguarda ogni struttura dello Stato. L’Iraq occupa il terzo posto, dietro a Somalia e Myanmar, nella graduatoria dei paesi corrotti. "Hano fatto scomparire 17 miliardi di dollari, sono stati scoperti 66.000 posti di lavoro fittizi nel ministero degli Interni, il che allo Stato costa 5 miliardi di dollari l’anno; e molti parlamentari, il cui salario arriva a 30.000 dollari mensili, hanno titoli falsi e non partecipano alle sessioni parlamentari".

Ciò produce degli inevitabili effetti sulla coesione sociale. Mentre fino al 2003 "non c’erano differenze" fra province ed etnie o comunità religiose "che mantenevano rapporti di amicizia", con l’invasione e i leader che stanno a capo del paese "abbiamo conosciuto la divisione etnica e l’odio".

Inoltre, risalta la disinformazione circa il suo paese e segnala che tutte le settimane vi sono manifestazioni di organizzazioni civili di cui non si da nessuna notizia. "I media esagerano o minimizzano i fatti secondo i loro interessi, e di ciò danno solo la notizia che esistono partiti politici ed elezioni, e che l’attuale governo è democratico perché eletto nelle urne." Di fatto, ricorda il ruolo avuto dai media nella caduta di Baghdad, come anni dopo è successo nel caso di Tripoli, "seminando il dubbio fra le forze di sicurezza, la polizia e l’esercito, quando informavano della caduta del regime, che cadde prima mediaticamente che militarmente".

Azzez non ha dubbi che la soluzione alla situazione irachena è il ritiro delle truppe degli occupanti e di chi è arrivato con loro, insieme alla ricostruzione di rapporti di rispetto e di amicizia fra iracheni. "Il popolo iracheno tornerà a convivere in pace con facilità quando gli occupanti se ne saranno andati. Sono convinto che quando se ne andranno gli iracheni si ribelleranno e recupereranno il loro territorio, il proprio paese, perché c’è un popolo vivo che resiste per costruire la vita."

E per fare questo, per buttare fuori gli invasori e recuperare il suo paese e l’indipendenza, "è necessaria", sottolinea, la collaborazione fra la resistenza armata e la resistenza politica e civile. "La resistenza armata non può raggiungere i suoi obiettivi senza collaborare con la resistenza civile. Il governo cerca di vendere l’idea che ha fatto pressioni per il ritiro delle truppe statunitensi, quando invece è stata la resistenza a obbligarle a ritirarsi, anche se ora pretendono di compiere un’altra occupazione attraverso le società di sicurezza, lasciando 5.000 soldati e piazzando basi in Kuwait e Qatar", denuncia Taha Azzez. "Finché c’è resistenza armata e civile c’è speranza".

"Chi usa la violenza capisce solo il linguaggio della violenza. La riconciliazione, di cui tanto parlano le autorità sarà possibile dopo il rifiuto dell’occupazione e dei collaborazionisti". Taha Azzez segnala anche che l’appello del governo alla riconciliazione è stato lanciato solo per cercare di capire chi sono i leader della resistenza per poterli arrestare. Perciò non credo che i resistenti, che sono descritti come "criminali", possano porgere la mano a chi è arrivato con la forza dell’occupazione. Infine si chiede: "Perché tutti i movimenti di liberazione hanno diritto di esistere e gli iracheni no? "

Mirari Isasi
Gara, 27 novembre 2011.

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare (28.11.2011):
http://www.resistenze.org/sito/te/po/ir/poirbm28-010063.htm

Testo originale in spagnolo (27.11.2011):
http://www.gara.net/paperezkoa/20111127/306088/es/La-resistencia-fuente-esperanza-para-acabar-ocupacion-colaboracionistas-Irak