scritti politici

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Occupazione israeliana e collaborazione
“Noi non vogliamo la guerra”

Amnesty International ha affermato, il 10 febbraio 2009, che, dall’inizio della guerra israeliana a Gaza, le forze di Hamas avrebbero assassinato una ventina di palestinesi sospettati di collaborare con Israele.

Ogni esazione è scioccante. Ogni violenza fatta agli umani da umani, è ingiustificabile. Occorre rifiutarla, combatterla. Tuttavia qui, non occorre cominciare per mettere questi atti crudeli nel contesto di una guerra asimmetrica spietata e designare coloro che sono i veri istigatori dell’odio e delle divisioni che portano fratelli a uccidersi?

L’occupante israeliano, con la sua strategia di dividere per regnare, non è il vero colpevole? La maggior parte degli assassinii di capi della resistenza ma anche di palestinesi ordinari, tra cui donne e bambini, sono eseguiti dall’esercito israeliano con la collaborazione, contro natura, dei servizi segreti di Mahmoud Abbas, di quest’autorità palestinese rappresentata presso l’Unione europea da Leila Sahaid. Personaggi che non hanno avuto la decenza di lasciare il potere quando le autorità di Hamas hanno guadagnato le elezioni nel 2006.

Fino a quando Israele non renderà al popolo palestinese ciò che lui ha voluto - la sua terra, la sua libertà, la sua dignità - c’è molto da temere che atti di vendetta, e regolamenti di conti violenti, si producano nuovamente.

Si tratta di un fenomeno inquietante purtroppo inerente alla guerra ma che, qui, prende un’ampiezza considerevole per il fatto che, dopo 60 anni d’occupazione e di manovre israeliane, le divisioni tra i palestinesi sono profonde. È dunque facile per Israele trovare collaboratori, traditori, di associarsi a queste forze corrotte che a Ramallah non vogliono perdere i loro privilegi; ed anche di reclutare povera gente che l’occupante ha ridotto alla miseria pagando loro un piccolo gruzzolo.

Quel che sia di queste esecuzioni e delle loro ragioni, questi sono venti morti di troppo.

Quei palestinesi che tradiscono la loro causa, lavorando per i servizi di informazione israeliani, costituiscono un pesante e doloroso fardello per questa popolazione prigioniera. Occorre dunque prendere in considerazione il pericolo estremo che rappresenta la collaborazione con il campo avverso, Israele, in questo contesto d’occupazione militare spietata.

Altri paesi, in circostanze simili hanno conosciuto questo triste fenomeno: in Francia, nella Liberazione, la depurazione avrebbe fatto circa 11.000 morti fra i collaboratori. Abbiamo chiesto a Raed, uno residente di Beit Hanoun, come la gente ha reagito apprendendo che i palestinesi erano stati vittime di regolamenti di conti tra palestinesi.

Silvia Cattori : È vero che Hamas, durante quest’ultima guerra, avrebbe ucciso più di una ventina di collaboratori palestinesi a Gaza, come ha riportato Amnesty internazionale?

Amnesty internazionale dovrebbe dire in quale contesto i resistenti di Hamas hanno ucciso queste persone. Non si trattava di cittadini ordinari ma di collaboratori con Israele, di traditori, di spie; di gente molto pericolosa che lavorava per aiutare Ramallah e Israele a liquidare la resistenza.

Amnesty dovrebbe dire in quale contesto preciso questi atti si sono verificati. Che non si trattava di esecuzioni e di persecuzioni fatte in una situazione normale; ma nel quadro di una guerra dove l’esercito israeliano faceva regnare il terrore ed aveva bisogno di servirsi delle indicazioni di spie per localizzare i capi di Hamas e poterli liquidare con i missili.

Tutto ciò è avvenuto in un contesto di guerra terrificante che, suppongo, costringeva i resistenti a sbarazzarsi o a neutralizzare immediatamente gli informatori al servizio di Israele nonchè ogni persona i cui comportamenti sembravano sospetti.

Il 27 dicembre, quando i bombardieri israeliani hanno bombardato Gaza, uccidendo e ferendo in pochi minuti un migliaio di persone, uomini di Fatah uscirono nella via e iniziarono a fare festa e a distribuire caramelle alla gente, come per dire che quest’attacco di Israele era una liberazione.

Queste spie che sono state uccise dalla resistenza erano imprigionate quando, il 28 dicembre credo, Israele ha lanciato missili sulla loro prigione perché potessero fuggire. 80 a 90 di loro sono stati recuperati, e consegnati ad Hamas. Un certo numero di loro è stato ucciso per evitare che passasse nel campo nemico; Hamas non aveva, in queste circostanze, i mezzi per tenerli sotto controllo.

Quando la gente ha appreso che, fra i fuggiaschi recuperati e giustiziati, c’erano i tre fratelli della famiglia Abou Ashbieh, ebbe una sensazione di sollievo. Anche se la gente qui non gradisce le esecuzioni ciò li ha nell’insieme riassicurati poiché, in vita ed in libertà, erano una minaccia. La loro esecuzione è legata a queste particolari circostanze. Dunque queste persone di Fatah di cui parla Amnesty erano traditori. In passato, avevano partecipato ad assassinii di resistenti segnalando ai soldati israeliani il posto dove si trovavano.

Silvia Cattori : Queste spie vivono nascoste in un luogo preciso?

Ce n’è in ogni zona in cui vivono normalmente, con le loro famiglie. Sono persone che appartengono generalmente al partito di Fatah che, nel corso degli anni, sotto l’ordine di Mohammed Dahlan, hanno assassinato e torturato molti patrioti palestinesi.

Quando i poliziotti del Hamas riescono ad identificarli la gente è sollevata. Queste spie creano gravi problemi. Sono persone molto pericolose per il popolo palestinese. Coloro che collaborano con l’autorità palestinese di Ramallah, sono simili; l’autorità trasmette in seguito le informazioni di queste spie ad Israele.

È importante che Hamas tenga queste spie sotto controllo. È a causa di queste spie che il ministro dell’interno Saïd Siyam, ha potuto essere localizzato ed assassinato da un missile israeliano durante questa guerra; c’erano degli uomini che lo seguivano e lo hanno segnalato.

Viviamo in questo contesto, così traumatico per il nostro popolo. Di questo Amnesty non parla. Ma soltanto di ciò che tende a designare Hamas e la resistenza come criminali, mentre sono lì per proteggerci dal peggio.

Allora le vendette in tempo di guerra sono quello che sono. Anche se non le amiamo, non si gradisce neppure sapere che questa gente denuncia il proprio popolo. La repressione che, durante questa guerra, ha purtroppo colpito alcune persone di Fatah, è dunque vista qui come una necessità per la nostra sopravvivenza.

La guerra è una cosa terribile. Non vogliamo la guerra. Vogliamo vivere in pace. Vogliamo l’unione tra palestinesi.

Silvia Cattori : In mezzo a questo disastro, c’è qualcosa di positivo che li aiuta a conservare il morale?

La cosa molto positiva è che la resistenza si è rafforzata; la gente ha mostrato che erano capaci di uno spirito immenso di sacrificio. Ciò è una sentimento molto incoraggiante, qualcosa di molto. Hanno mostrato che sono capaci di un livello di resistenza eccezionale; un livello che va al di là di tutto quello che ci si poteva aspettare.

Le persone hanno mostrato che erano pronti a resistere fino a sacrificare la propria vita, la loro casa, i loro campi. Hanno espresso con ciò il loro rifiuto a lasciare la loro terra a in balia di Israele. Ci si dice che se, nel 1948, la gente avesse potuto avere questo stesso stato d’animo, mai Israele avrebbe potuto cacciarli fuori della Palestina. Nonostante tutte le nostre difficoltà, il nostro morale è buono poiché non abbiamo capitolato. Questo è il lato positivo.

C’è anche, certamente, un lato negativo. La gente sta soffrendo a causa delle devastazioni e delle privazioni nelle quali sono immersi. Sono in attesa di quello che avverrà. Le fabbriche, le aziende agricole sono distrutte; zone intere sono state cancellate; la disoccupazione e la povertà sono aumentate.

Prima della guerra, c’erano 27 fabbriche di cemento a Gaza. Gli Israeliani hanno interamente e deliberatamente distrutto 17 fabbriche come pure le loro macchine ed autocarri. Le fabbriche restanti sono state parzialmente distrutte. Tutte le fabbriche di cemento sono dunque paralizzate. Proibiscono ora di far entrare il cemento. C’è una volontà da parte di Israele di impedirci di ricostruire ciò che ha distrutto.

Se, dopo tutti questi sacrifici, Israele continua a proibire l’entrata delle merci e ad imprigionarci, il risultato non sarà all’altezza del sacrificio. Sarà una catastrofe per noi.

Silvia Cattori

Articolo tradotto per www.risorsetiche.it da Damir (08.04.2009):
http://www.risorsetiche.it/master_available.php?id=5768&lang=ita

Articolo originale in francese (13.02.2009):
http://www.silviacattori.net/article746.html